I decaloghi di Sebastiano

02.06.2021 11:18

 

 

È certo una sorpresa trovare Sebastiano Mondadori in un catalogo di poesia. Lo conoscevamo come autore di romanzi ora ampi, introspettivi, analitici, ora più franti e grotteschi, dai personaggi un po' alcolici e scabrosi, sempre sopra le righe. Il suo nuovo libro, I decaloghi spezzati, invece, esce nella collana curata da Maurizio Cucchi per Stampa 2009. Ma già dal titolo è un libro suo: una coppia di termini che in modo più o meno diretto si oppongono, come in altri suoi lavori: Gli anni incompiuti, Un anno fa domani, Miracoli sbagliati, Il contrario di padre.

E cosa sono questi decaloghi spezzati? Il riferimento non è solo (e non tanto) alle Tavole della Legge di Mosè, quanto alla luminosa parabola finita in disastro di Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda. La citazione in esergo, da una lettera dello scrittore americano, in cui allude appunto alla moglie, ci viene in aiuto: I malati di mente sono sempre semplici ospiti sulla terra: eterni stranieri, che portano con sé decaloghi spezzati che non sanno leggere. Il decalogo come insieme di norme incomprensibili, come prontuario di comportamenti che non si è in grado di seguire. E Zelda, affascinante, anticonformista, sregolata, terminò i suoi giorni tragicamente in un asilo psichiatrico. Questo è il viatico d'ombra per chi entra in questo libro, anche se poi non si parlerà né di quella mirabolante coppia né di malattia mentale. Ma comunque di qualcosa che è andato in frantumi, che è decaduto fino a sbriciolarsi.

Può essere letta, in larga parte, come il requiem di una storia d'amore questa raccolta di versi. Una spessa cortina di metafore e ossimori (del resto frequenti anche nella scrittura in prosa di Sebastiano) è interrotta periodicamente da squarci nitidi di quotidiano disamore: Taci del resto e dimmi / dei cinema da sola, dei pomeriggi / da cui torni alticcia con lo sguardo / che pensa male di me (…) né sai mentire ignara quando arrischi / vani paragoni con mia madre / - tu che porti malissimo le gonne - / e poi ti dimeni sbronza in pigiama. Oppure: Come baci seriamente e poi / stacchi pensosa le labbra nel pieno / di una crisi di fretta (…) ti vesti, minacci di chiuderla qui / e gridi l'ora: le tre meno cinque, / poi torni a letto, nel tuo tubino nero.

Questa attenzione al dettaglio concreto, agli oggetti materiali porta alla luce la poesia nascosta nella realtà più prosaica: il pallone che spunta tra i rifiuti in una distesa di rami e sterpaglie; la tazza piena di gatti, bollente sul comodino; il cumulo / di neve morta, buona / solo per le pisciate dei cani.

A fare da argine al presente che declina o che comunque porta con sé amarezza e disincanto, c'è il ricordo dell'infanzia. Tra le pagine migliori ci sono due rievocazioni, l'una marina, l'altra boschiva, due reminiscenze trasognate, ma la prima non è del tutto rassicurante. Un io bambino guarda il volo di un gabbiano in lontananza sul mare: se spariva nel silenzio domani / vincevo, se garriva stravincevo / la gara, però bastava un secondo / gabbiano per mandare tutto all'aria. / Nelle fattezze straviate dei sogni / incontro quel bambino, non riconosce / l'adulto che è diventato, come io / rinnego il mio volto allo specchio... Nella seconda l'io bambino corre, si nasconde, fantastica nel bosco e di nuovo la presenza materiale delle cose si fa precisa e tangibile: Gli appostamenti schivando le ortiche / nella penombra del canneto, passi / bagnati sulla muffa di fogliame, / lo struscio solleticante di rovi / il ronzio e i ponfi dei tafani. (…) Sembra anice, il finocchio selvatico / che punge il naso e stringi nel pugno. E dopo la corsa, la caduta e il ginocchio che brucia appare la madre: sorride / da lontano, ti farà passare tutto. Ecco. La certezza irremovibile dell'infanzia, la sua persistenza nella memoria diventa, agli occhi dell'adulto, l'unica prova della propria esistenza malcerta, insidiata, sempre sull'orlo di una caduta rovinosa.

 

Sebastiano Mondadori, I decaloghi spezzati , pp. 84, prefazione di Maurizio Cucchi, Stampa2009, 2021.