Le verità di Sebastiano Mondadori

26.02.2023 17:02
Qualche considerazione su Verità di famiglia. Riscrivendo la storia di Alberto Mondadori, di Sebastiano Mondadori (La nave di Teseo, 2022)
 
Figlio di papà, enfant gâté che gioca a far l'editore coi soldi di famiglia, dilettante alla mercé dei capricci del momento, alcolista depresso che s'inventa poeta dai suoi ricchi paradisi artificiali, generoso mecenate solo per appagare il suo delirio di onnipotenza, scialacquatore, irresponsabile, inconcludente, lunatico, imprevedibile, voltagabbana. In quanti si sono accaniti.  Sebastiano Mondadori riassume così gli impietosi giudizi che negli anni si sono abbattuti su suo nonno Alberto, del quale non nasconde affatto difetti e debolezze, ma del quale ricorda con passione anche il valore di editore e di intellettuale, l'ampiezza di vedute, lo slancio ideale: un personaggio contraddittorio, tormentato e tragico. 
 
Cresciuto all'ombra dell'ingombrantissima figura paterna, vivrà tutta la vita un conflitto irrisolto con Arnoldo, uomo per molti versi antitetico a lui. Di origini umili, Arnoldo aveva iniziato come garzone di tipografia e col suo fiuto per gli affari, il suo pragmatismo politico, era divenuto l'editore per eccellenza sotto il regime fascista e aveva costruito un impero editoriale. Alberto, nato ricco, condusse sempre un tenore di vita principesco per sostenere il quale non poteva fare a meno dei soldi del padre, eppure gli pesava come un macigno il passato in orbace di Arnoldo, fino al punto di inventarsi una propria casa editrice, Il saggiatore, che potesse dirsi di sinistra e giunse a iscriversi al partito comunista di Berlinguer. Ma non abbandonò la casa editrice paterna e, anzi, fino al 1967, vi ricoprì ruoli importanti. 
 
Colto, raffinato, eclettico divoratore di libri, era lui a tenere i rapporti con i maggiori scrittori e poeti, sia italiani che stranieri: da Ungaretti a Montale, da Hemingway a Faulker, a Sartre, alla de Beauvoir. Convinto che i libri non fossero un prodotto commerciale come un altro, perché veicolano idee e visioni del mondo, concepiva l'editoria come una passione civile, in grado di formare cittadini consapevoli; da qui la sua predilezione per la saggistica, le enciclopedie, le collane popolari. Fu lui infatti a scegliere i primi cento titoli degli Oscar, una collana che diventerà l'emblema stesso della casa editrice, e fu sempre lui a ideare, assieme al cugino Giorgio Monicelli, la fortunata collana di fantascienza Urania. A testimonianza del fatto che non si potesse parlare di libri solo in termini di fatturato, volle Lo specchio, che diventò ben presto la più prestigiosa collana italiana di poesia. E la poesia, si sa, non è destinata a vendere. È qui, sulle questioni di soldi, che s'incrina il destino editoriale di Alberto, successore naturale di Arnoldo, in quanto primogenito, mentre il successore logico fu il fratello minore Giorgio, pragmatico come il padre e capace di fare quadrare i bilanci. Anche Il saggiatore non resse alla gestione di Alberto e, se non fallì, fu solo perché ripianò i debiti svendendo le azioni che possedeva nell'azienda paterna.
 
Per Alberto Mondadori, in un approccio che forse potremmo chiamare neo-illuminista, il libro era concepito come uno strumento operativo di conoscenza e il futuro dell'editoria avrebbe visto il declino della fiction a vantaggio della saggistica. Forse le cose non sono andate così, ma - come scrive Sebastiano - quella di suo nonno era un'intuizione che in parte anticipa l'evoluzione stessa dei romanzi in una progressiva contaminazione con la non fiction che dilaga nel panorama editoriale di questi anni. Non so se in questa considerazione ci sia una punta polemica verso la produzione letteraria odierna, fatto sta che, per ricostruire e raccontare la parabola umana, intellettuale e professionale del nonno, Sebastiano sceglie una via fatta proprio di contaminazioni, di mescolanze. In questo libro si intrecciano modalità di scrittura diverse: nella narrazione biografica in terza persona sono incastonati dei corsivi in prima, dove il biografo dichiara apertamente la propria presenza; capitoli dal tenore saggistico-documentale (con nomi di autori, titoli, collane, date) si alternano ad altri squisitamente narrativi in cui si ricostruiscono ambienti ed atmosfere, si immaginano dialoghi; nell'ultima parte del libro, di nuovo un cambio di passo: il biografo si mette in scena e si rivolge a se stesso dandosi del tu (ti dici, ti immagini...). Sin dall'inizio, invece, ci sorprende l'inserimento saltuario di brani in versi, quasi un omaggio a una pratica che Alberto coltivò fin da giovane e che Sebastiano ha scoperto in età adulta, in una sorta di ideale continuità. Del resto, lo stesso Sebastiano dichiara la nostalgica fascinazione per il nonno: Più trascorrono gli anni e più ti rendi conto che la tua giovinezza è costellata di incontri con maestri mancati ai quali prima o poi hai girato le spalle (...) forse perché l'unico maestro che avresti voluto è morto quando non avevi ancora compiuto sei anni. E ancora: Fatta eccezione per il mezzofondista inglese Sebastian Coe dai nove ai dodici anni, Milan Kundera nell'estate dei vent'anni e Sophie Marceau per sempre, fin da piccolo ai miei occhi è stato il nonno Alberto a incarnare la figura del mito.  
 
Forse è proprio per tenere insieme tutte le voci, le testimonianze, le leggende familiari, le letture, i ricordi personali o di seconda mano che hanno dato forma al mito, che Sebastiano ha deciso di percorrere questa via composita basata sull'immaginazione dei ricordi, la fedeltà del biografo e l'intelligenza silenziosa del romanziere. C'è tutto il secondo Novecento italiano (e non solo italiano) in questo libro, un mondo culturale e editoriale irrimediabilmente scomparso, fatto di poeti, scrittori, critici, filosofi, pittori, personaggi del cinema che appartengono al nostro immaginario, ma che, se non altro per ragioni anagrafiche, non abbiamo mai potuto incontrare (con qualche eccezione naturalmente). Buzzati, Solmi, Soldati, Gianna Manzini, Guttuso, Gassman, Kerouac... tanto per fare dei nomi alla rinfusa di quel mondo composito che frequentava la casa dei Mondadori a Milano e Villa Medusa a Camaiore. E Sebastiano sa bene che ricordare è riscrivere alla luce della nostalgia, anche di quello che non si è vissuto direttamente. Infatti molti di questi ricordi provengono dalle conversazioni di Sebastiano con la madre Nicoletta, lei stessa resa protagonista di un bellissimo aneddotto che la vede, dodicenne, intrattenere a chiacchiera un impacciato Montale. Ma questa vena narrativa, la vena del romanziere, viene fuori di frequente nel corso delle quattrocento pagine del libro, dove non mancano neppure i momenti in cui la prosa si addensa e s'impenna di metafore, oppure si fa discreta indagatrice di meandri intimi quando accenna al bacio tra sua nonna Virginia e Orson wells in un ascensore veneziano, o alla relazione tra lei e il critico Cesare Garboli, delfino e amico di Alberto, che ormai si accompagnava alla sua collaboratrice Maria Laura Boselli . Tutto per dare conto di questo personaggio incollocabile, amabile e poi ombroso, troppo spinto a sinistra agli occhi dell'establishment e troppo agiato e imprevedibile agli occhi della sinistra, un personaggio la cui storia doveva essere riscritta per renderlo nella sua complessità contraddittoria. Già Nicoletta aveva chiesto inutilmente a Garboli di scriverne la biografia. Così come De michelis (direttore di Marsilio), lo chiese inutilmente alla stessa Nicoletta, che poi lo fece ma con un altro editore. Ed ora, finalmente, lo sguardo incantato e la penna incantatoria di Sebastiano.